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mercoledì 31 ottobre 2018

IL BLOG DI ANAHATA: IL RACCONTO DELL’ELEFANTE INCATENATO. Una storia che ci insegna a vivere



IL BLOG DI ANAHATA: IL RACCONTO DELL’ELEFANTE INCATENATO. Una storia che ci insegna a vivere
Di Filippo Vagli

L’elefante incatenato è un racconto di Jorge Bucay, psicoterapeuta gestaltico, drammaturgo e scrittore argentino. E’ una storia a due facce: affascinante e nello stesso momento triste, che ci consente di poter fare una serie di importanti riflessioni sulle “catene” che ci tengono imprigionati nel nostro percorso di vita.
"Quando ero piccolo adoravo il circo; ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri e anche se la catena era grossa mi pareva ovvio che un animale del genere potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. Che cosa lo teneva legato? Chiesi in giro a tutte le persone che incontravo di risolvere il mistero dell’elefante; qualcuno mi disse che l’elefante non scappava perché era ammaestrato… allora posi la domanda ovvia: “se è ammaestrato, perché lo incatenano?” Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente. Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto. Per mia fortuna qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato tanto saggio da trovare la risposta: l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo. Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato ad un paletto che provava a spingere, tirare e sudava nel tentativo di liberarsi, ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui. Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora. Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.
L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare.  Reca impresso sulla sua pelle il ricordo dell’impotenza sperimentata e non è mai più ritornato a provare, non ha più messo alla prova di nuovo la sua forza….mai più!
Così dopo vari tentativi un giorno si rassegnò alla propria impotenza.
Molto spesso viviamo anche noi come l’elefante pensando e quasi convincendoci che non possiamo fare un sacco di cose semplicemente perché una volta, un po’ di tempo fa, ci avevamo provato ed avevamo fallito, ed allora sulla pelle abbiamo inciso “non posso, non posso e non potrò mai”.
L’unico modo per sapere se puoi farcela è provare di nuovo mettendoci tutto il cuore… tutto il tuo cuore!”

Jorge Bucay
Quante volte anche noi ci siamo sentiti come quell’elefante incatenato.
Quante volte pensiamo di avere le potenzialità per “liberarci” dalle nostre catene ma non lo facciamo perché avertiamo che qualcosa ci limita a livello interiore.
Questa storia che ci offre una straordinaria chiave di lettura su quel fenomeno che in psicologia viene chiamato “Impotenza appresa”, una situazione in cui pensiamo che non possa essere fatto nulla per cambiare una certa situazione, per cui non ci proviamo nemmeno.
Ma nella realtà, non è così.
Noi non siamo l’elefantino incatenato, e possediamo una serie infinita di risorse interiori per gestire gli stati d’animo negativi che avvertiamo nei momenti in cui “l’impotenza appresa” si impossessa di noi.
Ma quali sono queste risorse?
In prima istanza dobbiamo credere nel fatto che siamo noi in prima persona che possiamo cambiare una buona parte delle cose che nella nostra vita non vanno. Ovviamente non possiamo cambiare tutto quello che non ci piace; pensare questo significherebbe essere vittime del pensiero magico infantile. Inoltre, è assolutamente controproducente sia in termini di energia spesa che di risultati ottenuti cercare di cambiare cose che non sono sotto il nostro controllo dal momento che tutto ciò provocherebbe un fallimento del nostro tentativo di cambiamento. E l’esito negativo di questa esperienza genererebbe in noi soltanto frustrazione e conseguentemente disistima. Ma possiamo invece cambiare tutte quelle cose che possiamo realmente controllare, tutto ciò che dipende da noi, dalle nostre azioni.
Dobbiamo poi evitare di essere preda dei nostri “ammaestratori”.
Con questo termine ci riferiamo a quelle persone che quotidianamente ci dicono ciò che secondo loro dobbiamo fare. Attraverso questa modalità è come se ci tenessero legati ad un paletto, esattamente ciò che accade all’elefantino, delimitando attraverso la lunghezza di quella corda quello che per loro deve essere il nostro mondo.
E’ evidente che la lunghezza di quel laccio, non solo ostacolerà la nostra evoluzione, la nostra crescita personale, ma la renderà impossibile, e il fine ultimo sarà quello di indirizzare la nostra vita nel verso ad essi più congegnale. Agli “ammaestratori” infatti poco o nulla importa del nostro benessere, della nostra felicità, e tutti i loro sforzi sono finalizzati esclusivamente a mantenere inalterati i loro equilibri.
Frasi del tipo: “Lo dico per il tuo bene”, piuttosto che “Rimani con i piedi per terra, fai come ti dico io” ci rimandano con assoluta evidenza a questo tipo di atteggiamenti, chiaramente manipolatori.
Una volta preso coscienza di tutto ciò, il successivo elemento da considerare riguarda gli errori che commettiamo nella vita.
Dobbiamo infatti cambiare atteggiamento, smettendola di criticarci ogni qual volta sbagliamo qualcosa. Non possiamo martirizzarci per ogni errore commesso. Gli errori non sono delle sentenze mortali, fanno parte della vita di ogni persona, e commettere errori non significa essere dei buoni a nulla.
E’ evidente che per iniziare a ragionare in questi termini sarà di fondamentale importanza circondarsi di persone positive, che possano sostenerci e stimolarci nel nostro percorso di vita e di crescita personale. Le persone che ci vogliono bene infatti, ci sostengono e ci incoraggiano ad andare nella direzione che ci rende felici e che ci rende liberi. Sarà altresì importante evitare la frequentazione di persone negative, pessimiste, che altro non fanno che buttare a terra la nostra energia con le loro previsioni nefaste affossando con tutti i mezzi a loro disposizione i nostri desideri di cambiamento.
Ed infine, non dobbiamo mai dimenticare di “celebrare” le nostre vittorie ogni volta che compiamo qualcosa di buono, che raggiungiamo un nostro obiettivo, piccolo o grande che sia. E lo dobbiamo fare attraverso delle vere e proprie ricompense, regalandoci qualcosa che ci piace, che amiamo: una serata in più con gli amici, una bella cena, un pomeriggio in un centro benessere, un concerto, la visita ad una mostra, tutto ciò che ci restituisce gioia e felicità.
Complimentarsi con noi stessi ogni qual volta facciamo qualcosa di buono, rappresenta lo strumento più propulsivo a nostra disposizione, il miglior trampolino di lancio possibile per aumentare la nostra attitudine ad andare verso una visione ottimistica della vita, offrendoci lo spunto, l’energia, per slegarci dal paletto successivo.
Step by step, senza commettere l’errore del povero elefantino e quindi sradicando il paletto, per evitare di restare al….palo.

 Filippo Vagli, divulgatore Olistico, responsabile didattico e docente dell’Accademia di Naturopatia Olistica Anahata è Naturopata diplomato con lode presso Riza, Istituto di Medicina Psicosomatica, Counselor e Life Coach.
Da oltre 25 anni si dedica allo studio, alla ricerca e alla divulgazione della Naturopatia, della Psicosomatica, delle Filosofie Olistiche, delle discipline Bio-Naturali e di relazione di aiuto alla persona.

 

mercoledì 17 ottobre 2018

IL BLOG DI ANAHATA: COME POTER CAMBIARE I NOSTRI STATI D’ANIMO. Di Filippo Vagli




IL BLOG DI ANAHATA: COME POTER CAMBIARE I NOSTRI STATI D’ANIMO
Di Filippo Vagli

Spesso viviamo periodi contraddistinti da uno stato d’animo negativo ma ciononostante continuiamo a fare le stesse cose, anche se un grande saggio come Albert Einstein ci ha insegnato da tempo che “Se fai sempre le stesse cose otterrai gli stessi risultati”.
Certo, fare cose nuove significa cambiare e cambiare per l’animo umano è estremamente complicato.

Ci scontriamo infatti con il fenomeno della resistenza al cambiamento, un qualcosa di insito in ognuno di noi. Per noi il cambiamento è fonte di guai perché è faticoso, implica un notevole dispendio energetico, e quindi per pigrizia tendiamo a rimanere in quella che si chiama “Zona di Confort.

Ecco perché c’è chi resiste per quarant’anni ad un lavoro che gli fa schifo, così come chi rimane intrappolato a vita in un rapporto di coppia che non lo soddisfa. E lo fa perché stare lì, rimanendo nel punto in cui si trova, è più facile e meno doloroso che cambiare.
Spesso cambiamo quando non ne possiamo più, quando siamo realmente con le spalle al muro, quando sentiamo di avere toccato il fondo, ma così facendo gettiamo al vento gli anni più belli della nostra vita.

Inoltre oggi i cambiamenti sociali viaggiano velocissimi e se non cambiamo anche noi allo stesso ritmo riuscendo ad adattarci ai cambiamenti, vivere diventa un problema e il nostro stato d’animo non potrà che essere negativo.
Cambiare non è facile, ma la buona notizia è che è possibile farlo.

Cambiare è possibile non tanto grazie al “pensiero positivo”, una scuola di pensiero che non amo particolarmente, quanto grazie all’”atteggiamento positivo”, elemento che è in grado di per sé di cambiare il nostro stato d’animo e la nostra vita.
E per farlo esiste una parola d’ordine: l’azione.

Se vogliamo dirigere la nostra vita, e non farci dirigere da essa, dobbiamo assumere il controllo delle nostre azioni dal momento che ogni azione che compiamo innesca necessariamente tutta una serie di conseguenze.
Siamo noi che decidiamo continuamente il nostro presente, e il nostro futuro dipende in buona parte dal nostro potere decisionale. Tutto è una decisione: il lavoro, la carriera, la famiglia, i figli, la dieta, il fumo, il mutuo, la macchina. Se solo ci fermiamo un attimo a pensare diventiamo consapevoli di quante migliaia di decisioni abbiamo preso nell’arco della nostra vita.

Ogni qual volta compiamo un’azione, attiviamo uno specifico percorso neuronale, e se questa azione la compiamo dieci, cinquanta, cento, mille volte, essa diventerà una nuova abitudine, che andrà a scalzare quelle che erano le vecchie abitudini, le vecchie modalità, i vecchi atteggiamenti.
Compiere azioni implica però spendere un po’ di fatica, ma è l’unica possibilità che abbiamo per vivere una vita piena, per vivere felici e per goderci fino in fondo gli anni che ci rimangono da vivere, che per altro non sappiamo quanti saranno.

Spendendo un po’ di fatica è possibile infatti uscire dal grigio in cui ci troviamo oggi.
Si, spendendo un po’ di fatica, perché un po’ di fatica è necessaria per giungere a qualsiasi tipo di obiettivo.

Ma molto spesso, anziché passare per la via dell’impegno e della fatica siamo bravissimi nel piangerci addosso. Abbiamo inventato una nuova arte, quella di creare gli “scusoni”, degli alibi.

Per evitare di compiere ogni azione che ci porterebbe verso un cambiamento c’è sempre una scusa, così dietro ad ogni nostra sconfitta c’è sempre un alibi esterno.
Spesso nelle consulenze di Life Coaching mi capita di suggerire alle persone di leggere, di studiare, di andare a vedere mostre, di visitare città, di fare corsi, per crescere, per migliorare le proprie competenze. E le risposte sono per lo più che leggere piace poco, che studiare a una certa età è impegnativo, che per viaggiare non c’è tempo, che i corsi sono lontani, costano troppo, e che quelli che sono vicini e che costano poco sono poco qualificati

Scuse, solo scuse, centinaia, migliaia di scuse, di alibi.
Bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come stanno, vale a dire che leggere, studiare, crescere e tutto ciò che porta verso un cambiamento di stato non interessa, non è una priorità, soprattutto perché costa impegno e fatica.

Ma sono proprio le difficoltà gli elementi che costringono l’uomo ad evolvere.
Se non affrontiamo le difficoltà rimaniamo in uno stato neonatale, mentre affrontandole, una volta superate, saremo diversi, saremo cambiati di stato e di conseguenza avremo modificato i nostri stati d’animo.

Basta andare su You Tube e digitare “Nick Vujicic”. Se già non lo conosciamo ci accorgeremo di come questo ragazzo australiano nato senza gambe, senza braccia, con solo due piccoli piedi (uno dei quali con solo tre dita) a causa di una rara malattia genetica, fa tutto quello che vuole fare, mentre noi ci inventiamo mille scuse per non fare quello che ci servirebbe, anche se abbiamo le gambe e le braccia.
Se aspettiamo che tutte le condizioni siano ideali non faremo mai nulla, perché ci sarà sempre qualcosa che non sarà perfetto. In Africa, così in tante zone del Sud America c’è uno stato di povertà assoluta però la gente ride; a Milano c’è ricchezza però sono tutti arrabbiati e ansiosi. Così come se ben ci pensiamo quelli che noi chiamiamo problemi altro non sono che i desideri della maggior parte della popolazione mondiale. Chi non riesce a mettere insieme un pasto caldo per cena pagherebbe molto volentieri le tasse che paghiamo noi.

Nell’affrontare il cambiamento dobbiamo considerare che il nostro cervello non riconosce la diversità tra verità e fantasia; è infatti sufficiente immaginare di strisciare le unghie contro una lavagna di ardesia per percepire i brividi lungo la schiena e la pelle d’oca su tutto il corpo, esattamente come se quella azione la stessimo compiendo realmente.
Ecco che il nostro dialogo interiore, le domande che ci poniamo, le parole che ci diciamo hanno un grande significato, pari a quello delle nostre azioni.

Ogni parola è ipnotica, nel senso che, sia che a pronunciarla siano altre persone piuttosto che noi stessi, produce grandi effetti nella mente della persona che la ascolta.
Le parole possono farci ridere, piangere, ferire, guarire, ci possono portare speranza così come disperazione, e quindi influenzano pesantemente i nostri stati d’animo.

Attraverso le parole siamo in grado di esprimere i nostri desideri, i nostri sogni, i nostri obiettivi, così come attraverso le parole possiamo arrivare a influenzare l’emotività nostra e delle persone che ci ascoltano.
Le parole toccano nel profondo e sono uno strumento importante di crescita; portano verso l’azione, e l’azione crea il nostro destino. Le parole, soprattutto quelle che diciamo a noi stessi, si sedimentano nella nostra mente e hanno un potere incredibile.

Cambiando le parole che ci diciamo in nostro cervello percepisce cose diverse e incomincia a cambiare. Ecco perché per modificare i nostri stati d’animo è così importante provare a cambiare le parole che normalmente utilizziamo.

I più recenti studi di neuroscienze hanno evidenziato che le parole che usiamo diventano la nostra esperienza e quindi se ampliamo in nostro vocabolario possiamo cambiare la nostra storia.

Quando ci troviamo in uno stato d’animo negativo e stiamo provando un’emozione o una realtà che non ci piace, spesso basterebbe incominciare a chiamarla in un altro modo, con altre parole, con un sinonimo, per depotenziarla, riducendone sensibilmente l’intensità.
Facciamo qualche esempio concreto: abbiamo provato una forte delusione e questo ci fa stare male. Anziché dire “sono deluso” proviamo a dire “sono contrariato”. Una nostra attività non ha dato i risultati sperati e ci sentiamo in uno stato di frustrazione. Anziché dire “ho fallito” proviamo a dire “ho fatto un’esperienza”. Proviamo ad utilizzare il termine “pensieroso” anziché “triste” o a dire “sono molto molto impegnato” anziché “sono molto stressato”, così come pronunciare “meravigliato” anziché “deluso”.

In psicosomatica si dice che il termine “devo” pesa come un macigno sulla nostra schiena. E’ sufficiente provare a sostituirlo con “posso” per fare in modo che il percepito, per il nostro psicosoma sia un qualcosa di completamente diverso, di molto più leggero.
Dobbiamo smetterla di pronunciare le parole che non ci servono, che non sono adattive per noi. Smettendo di pronunciarle riusciremo a ridurre intensità emotiva che l’eco di certe parole producevano al nostro interno. Se riusciremo in questo intento, andando quindi a trasformare il nostro vocabolario, percepiremo qualcosa di completamente nuovo, diverso, e questo modificherà sostanzialmente i nostri stati d’animo. Sarà quindi proprio attraverso l’uso corretto delle parole che possiamo trovare quello stato d’animo che ci sarà più utile per le attività che dovremo affrontare nella nostra quotidianità.

E se, nonostante i problemi e le difficoltà che la vita quotidianamente ci propone, abbiamo deciso che vogliamo essere felici, perché comunque se ben ci pensiamo nella vita di ognuno di noi ci sono anche tante cose belle, alla domanda “Come stai?” risponderemo “Molto bene, meravigliosamente bene”.
In quel momento i nostri interlocutori ci guarderanno in modo strano, rimarranno spiazzati, dal momento che la risposta standard a quella domanda di norma è: “Non c’è male”. Ma per il nostro cervello, per il nostro psicosoma, per il nostro percepito, c’è una grande differenza nel pronunciare “Molto bene, meravigliosamente bene” piuttosto che “Non c’è male”. Gli effetti sulla nostra mente sono completamente diversi.

Esistono studi scientifici che dimostrano che enunciare ad un paziente oncologico che gli rimangono solo sei mesi di vita fa sì che difficilmente questi vada oltre quel termine. Comunicando invece ad un altro paziente con la stessa patologia la stessa diagnosi ma senza menzionare alcuna tempistica, quasi sempre quella persona supera abbondantemente tale periodo di vita.

Le parole che applichiamo alla nostra esperienza diventano la nostra esperienza e quindi il linguaggio e la scelta dei vocaboli costituiscono lo strumento principale del nostro stato d’animo e quindi del nostro benessere.
Usandoli saggiamente, immaginandoli come i semi della nostra pianta, essa stessa potrà fiorire e diventare una solida guida per il nostro percorso terreno.

Usandoli a sproposito otterremo nulla di più che una serie di erbacce.

Siamo noi che creiamo il nostro mondo.

Tutto è difficile sino a quando non sappiamo come si fa.

 Filippo Vagli, divulgatore Olistico, responsabile didattico e docente dell’Accademia di Naturopatia Olistica Anahata è Naturopata diplomato con lode presso Riza, Istituto di Medicina Psicosomatica, Counselor e Life Coach.

Da oltre 25 anni si dedica allo studio, alla ricerca e alla divulgazione della Naturopatia, della Psicosomatica, delle Filosofie Olistiche, delle discipline Bio-Naturali e di relazione di aiuto alla persona.

venerdì 10 agosto 2018

IL BLOG DI ANAHATA: NON ESISTONO EMOZIONI BUONE E CATTIVE, MA SOLO EMOZIONI. Di Filippo Vagli




IL BLOG DI ANAHATA: NON ESISTONO EMOZIONI BUONE E CATTIVE, MA SOLO EMOZIONI. Di Filippo Vagli
Emozioni buone ed emozioni cattive: una distinzione che non ha motivo di esistere.
Paul Ekman, uno dei maggiori esponenti delle teorie evoluzionistico-funzionaliste delle emozioni, individuò sei emozioni primarie: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto, sorpresa. Più tutta una serie di emozioni “secondarie” o sentimenti (imbarazzo, orgoglio, gelosia, invidia aggressività, colpa, ecc…) che nascono dalle connessioni tra emozioni primarie e situazioni.
Il nostro cervello ha bisogno di codificare e di catalogare tutto, e così spesso accade che etichettiamo anche le emozioni, inconsapevoli però che esse sono come la gamma dei colori dell’arcobaleno. Esistono tutte ed insieme convivono dentro di noi dal momento che ognuna di esse, in un determinato momento, sta svolgendo una sua specifica funzione.
La rabbia ad esempio è un di quelle emozioni che la stragrande maggioranza delle persone vive in maniera negativa. La cultura dominante ci ha insegnato fin da piccoli che le persone “rabbiose” sono cattive, inadeguate, vittime di sé stesse e delle situazioni negative della vita. E per assecondare questa visione abbiamo creato un’immagine di noi stessi troppo rigida e controllata per cui tendiamo a trattenere questa rabbia, fino anche ad arrivare all’ulcera o alla colite. L’addome, dal momento che contiene stomaco e intestino è considerato la sede della nostra istintualità, e quando lo teniamo troppo a bada, per il quieto vivere, per i condizionamenti sociali, per l’educazione che abbiamo ricevuto, succede che prima o poi ci viene a chiedere il conto attraverso i propri sintomi. Ecco quindi che questa rabbia, oltre a portarci consapevolezza su quanta energia, quanta forza, e quanta grinta possediamo, ogni tanto ci viene a trovare anche per rompere questa immagine troppo rigida di noi stessi che ci siamo creati.
Così come l’aggressività, altro sentimento considerato poco nobile, ma che in realtà non è sempre negativo. Il significato etimologico di aggredire è AD GREDIOR vale a dire ANDARE VERSO. Non è sinonimo di violenza, di sopraffazione ma è la più sana capacità di andarsi a prendere ciò di cui si ha bisogno. Provate a buttare un biscotto in mezzo a due cani che si vogliono bene perché vivono insieme da anni: ringhiano e se c’è bisogno si aggrediscono per andare a prenderlo. Questo perché l’istinto animale, che non è mediato da quella parte del cervello chiamata neocorteccia come invece accade nell’uomo, fa sì che ognuno si vada a prendere ciò che gli serve per la sopravvivenza (nell’esempio cibo). Poi, una volta che uno dei due se l’è preso, basta, amici come prima.
Quindi l’aggressività quando non è intesa come violenza (quest’ultima infatti è solo un aspetto dell’aggressività) ma come “andare” verso un proprio bisogno primario, verso un proprio obiettivo importante, verso una propria necessità, è tutt’altro che negativa. Rappresenta un’energia vitale, uno stimolo atto a far sì che ognuno di noi tiri fuori tutti gli attributi necessari a raggiungere il proprio fine, un elemento che si avvicina molto alla consapevolezza. 
Stessa cosa per come l’invidia, un sentimento apparentemente legato ad un senso di frustrazione derivante dalle fortune altrui, ma che in verità ci sta parlando di noi, del nostro profondo, dei nostri bisogni insoddisfatti. Un’energia volta a trasformare i nostri sogni in obiettivi.
Tutti noi dobbiamo necessariamente passare attraverso tutte queste emozioni e quindi non è corretto dire “io sono sempre arrabbiato” piuttosto che “io sono sempre geloso”, perché altrimenti ci focalizziamo su queste e perdiamo di vista tutte le altre.
Gli antichi per parlare delle emozioni facevano parlare gli dei, che altro non sono che una rappresentazione delle varie emozioni che abitano dentro l’essere umano. L’uomo antico in un momento di profonda tristezza, di grande gelosia, piuttosto che di rabbia calda, avrebbe ragionato in questi termini: “Cosa saranno venuti a dirmi questi sentimenti così potenti che mi angosciano? Che strada vogliono che io intraprenda?”.
La nostra mente invece, che tutto vuole sapere, controllare e definire in termini razionali, non potrà mai spiegarci un’emozione perché queste hanno altri codici. Ogni volta che vogliamo controllare o spiegarci un’emozione con la ragione, magari perché non vogliamo accettare il dolore per un istante, quel dolore rischiamo di cronicizziamo, costringendoci a soffrire per tutta la vita. La maledizione del nostro tempo è la scissione tra ciò che siamo e tra ciò che vorremmo essere. Il pensiero razionale non ha nulla a che fare con la vita e quindi dovremmo avere il coraggio ogni tanto di mettere i soliti pensieri da parte.
Ricorda sempre che nessuna emozione è eterna. Tutte le emozioni possono essere visualizzate come una curva gaussiana, vale a dire una figura geometrica un inizio, una salita fino a giungere ad un picco massimo e poi una discesa. L’emozione compie esattamente questo percorso: arriva improvvisa, sale, sale, sale, giunge ad un picco (di dolore così come di gioia) e poi, a patto che noi non la disturbiamo, decresce da sola, cala, cala, cala, fino a scomparire. Se invece la contrastiamo rischiamo soltanto, una volta arrivata al suo picco massimo di trasformarla in una linea retta togliendole la possibilità naturale di decrescere.
Oppure, sempre per non voler soffrire, al primo malessere prendiamo la “pastiglietta”. Ma proviamo ad immaginare un rubinetto da cui sgorga sia acqua calda che acqua fredda; caldo e freddo, i due opposti. Esattamente come gioia e dolore, i due opposti. Ecco, se quel rubinetto lo chiudiamo non sgorgherà più nulla, né l’acqua calda né tanto meno l’acqua fredda. E allo stesso modo succederà per le nostre emozioni: con la “pastiglietta” ci illudiamo di poter chiudere solo il rubinetto del dolore, ma aimè non sé così, e da quel rubinetto non potrà più sgorgare nulla, nemmeno la gioia. Nella vita esiste anche il dolore, e proprio il dolore ha una funzione importantissima perché arriva a spazzare via tutto l’inutile che c’è dentro di noi.
Ma cosa significa non intervenire?
Significa sedersi in poltrona e dirsi: “Ok, mi arrendo, non intervengo”. Così come quando è in corso una rapina, mi metto a mani alzate e lascio fare. Ok, mi accorgo che sta arrivando l’ansia, non cerco di spiegarmi il perché, non mi interessa da dove arriva, non mi chiedo nulla, non mi oppongo, semplicemente l’accetto. La saggezza della tua parte più autentica e più profonda, ti sta dicendo di fermarti e di rimanere un po’con la tua rabbia, con la tua aggressività, con la tua tristezza, di lasciarti invadere da loro, perché sono gli anticorpi necessari al fine della tua crescita personale.
Troppo spesso ci mettiamo in scontro diretto contro queste sensazioni, senza considerare che in questo modo, anziché liberarcene le potenziamo, gli diamo forza. L’emozione quando arriva non va scacciata, va accolta, va vissuta, e se proviamo a farlo ci accorgiamo che questa, così come un’onda del mare arriva, e poi se ne torna da dove è venuta.
Edward Bach, il medico gallese che ci ha fornito il magnifico sistema floreale che porta il suo nome, sosteneva che ognuno di noi è venuto al mondo per apprendere una lezione. E in tema di emozioni la lezione più importante che possiamo apprendere è il trascurare ogni tipo di giudizio morale, sociale, culturale riguardo questi sentimenti così forti, così potenti. Sia riguardo a quelli più gradevoli quali l’amore, la gioia, la generosità, sia verso quelli considerati più brutti quali la rabbia, l’invidia, la gelosia, la tristezza, e lasciarli vivere al nostro interno in armonia, semplicemente accogliendoli ed integrandoli
Questo ci consentirà di evolvere e di poter seguire il nostro percorso di crescita personale, abbandonando la visione rigida e a senso unico che ci eravamo costruiti di noi stessi per ottemperare allo scopo della nostra vita terrena, vale a dire diventare quegli esseri autentici, unici e irripetibili di cui ci parla la visione olistica dell’uomo.
Vi lascio con una straordinaria poesia di Giadal al – Din Rumi, il poeta mistico di origine persiana del 1200, in ci parla proprio dell’importanza di accogliere e integrare le emozioni.

Questo essere umano è un piccolo albergo.
Ogni giorno un nuovo arrivo:
una gioia, una depressione, una meschinità.
Qualche momentanea consapevolezza giunge
come un visitatore inaspettato.
Dà il benvenuto e intrattiene tutti gli altri
anche se essi sono una folla di dispiaceri,
che violentemente scuotono la casa
vuota dei suoi arredi.
Malgrado tutto onora ogni ospite,
la consapevolezza può mettere ordine
e creare spazio
per qualche nuova delizia.
Il pensiero cupo, la vergogna, la malizia
si incontrano alla porta ridendo
e li invita ad entrare.
Sii grato verso chiunque arrivi,
perché ognuno è stato inviato
come una guida dall’aldilà.

Giadal al – Din Rumi


Filippo Vagli, divulgatore Olistico, responsabile didattico e docente dell’Accademia di Naturopatia Olistica Anahata è Naturopata diplomato con lode presso Riza, Istituto di Medicina Psicosomatica, Counselor e Life Coach.
Da oltre 25 anni si dedica allo studio, alla ricerca e alla divulgazione della Naturopatia, della Psicosomatica, delle Filosofie Olistiche, delle discipline Bio-Naturali e di relazione di aiuto alla persona.

  

venerdì 3 agosto 2018

IL BLOG DI ANAHATA: LA SOGLIA DI RESISTENZA PERSONALE. Di Filippo Vagli


IL BLOG DI ANAHATA: LA SOGLIA DI RESISTENZA PERSONALE. Di Filippo Vagli

Tante volte sentiamo persone lamentarsi del proprio lavoro, del proprio capo ufficio, del proprio partner, della propria situazione economica, della vita in generale.
Il lamento fine a sè è stesso non serve a niente, anzi, è un delle cose più tossiche, più velenose che possano esistere per la nostra anima
Quando nella nostra vita c’è qualcosa che non funziona, che non ci appaga, che non ci fa essere felici, ci sono altri due concetti fondamentali da tenere ben presenti:
-          la realtà è come è e non come noi vorremmo che fosse
-          non possiamo cambiare gli altri
Seneca, il grande filosofo romano, a tal proposito affermava che: “Non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele”
Partendo da questo concetto la domanda che giunge spontanea è la seguente: “Che cosa possiamo fare quando una situazione che non possiamo cambiare non ci soddisfa?”
Una possibile risposta ha a che fare con quella che viene definita la Soglia di Resistenza Personale.
La Soglia di Resistenza Personale è l'unico elemento che possiamo attivare quando l’ambiente in cui ci muoviamo ci è ostile, quando ci sentiamo infelici perché non possiamo cambiare qualcosa che ci rende insoddisfatti, a tutti i livelli: famigliare, lavorativo, socioculturale, ecc..
Attivando e aumentando quest’ultima, non ci faremo più sopraffare da quello che sta avvenendo sul luogo di lavoro, in famiglia, nel contesto in cui viviamo e avremo l’energia per attendere tempi migliori, dal momento che prima o poi tutto cambia, e quindi cambieranno anche queste situazioni negative
Alzare la nostra Soglia di Resistenza Personale è quindi una sorta di autoprotezione
La Soglia di Resistenza Personale la si costruisce e la si aumenta, attivando quelli che vengono definiti i PRINCIPI ATTIVI della Soglia di Resistenza Personale, vale a dire:
1)      MOVIMENTO FISICO FATTO CON CONTINUITA’:
Esiste la regola dei 150 minuti. Significa fare movimento per 30 minuti al giorno per 5 giorni la settimana. Se è un po' di tempo che sei fermo, ti accorgerai che, trascorsa qualche settimana con questi 30 minuti di attività fisica svolti per 5 giorni alla settimana, qualcosa incomincia a cambiare. Questo perché il corpo, sull’effetto di questa pratica quotidiana, inizia a produrre quelli che vengono definiti gli “ormoni del benessere”, endorfine, ossitocina e tutta una serie di sostanze che il nostro cervello utilizza per reagire meglio quando si trova in situazioni disagevoli e che aumentano la tua resistenza agli eventi stressanti.
Questo movimento produce resistenza e quindi produce energia vitale

2)      DIVERSIFICAZIONE DEGLI INTERESSI: ogni persona resistente è una persona che ha più interessi nella vita. Se invece tutto il tuo mondo è concentrato su un solo interesse (es. il lavoro) devi sperare che quell'aspetto della tua vita vada bene. Altrimenti, se per un qualsiasi motivo quel tipo di situazione incomincia ad andare male, avendo concentrato li tutte le tue energie e tuto il tuo tempo, ti potrai trovare in grande difficoltà. Inoltre, se coltivi più interessi, il tuo cervello diventerà più plastico, più flessibile, e avrai più elementi, più situazioni a cui aggrapparti anche nei momenti di difficoltà. Deve ovviamente trattarsi di qualcosa che ti piace, che ti dia gratificazione; qualsiasi cosa sia. Diventare esperto perlomeno di due cose nella tua vita inoltre, è un po’ come tenere vive delle fiammelle che ti aiutano ad avere sempre viva la percezione della relatività delle cose, nel senso che nella vita non esiste solo quello che stiamo facendo ma ci sono tanti altri aspetti da considerare.

3)      CAPACITA’ DI RILASSAMENTO: il rilassamento non è guardare la televisione, stare sul divano, perché attraverso queste pratiche pensiamo di rilassarci, e in parte lo facciamo, ma solo a livello superficiale. Esistono invece delle tecniche a mediazione corporea, utili per attivare un rilassamento profondo.
La prima di queste è senza dubbio il controllo della respirazione. La respirazione, è il primo e l’ultimo atto che compiamo durante la nostra vita terrena, e già da qui possiamo capire l’importanza che riveste.
Esistono poi tante altre tecniche corporee utili per il rilassamento profondo quali il training autogeno, lo yoga, la meditazione, la visualizzazione creativa, ecc… Queste tecniche sono molto utili perché nel periodo di svolgimento di tali pratiche, ci impongono di stare molto concentrati su quello che stiamo facendo. E considerato che la nostra mente non è in grado di pensare a due cose contemporaneamente, in quel momento svuotiamo automaticamente la mente da tutto il resto e quindi anche da tutti quei pensieri inquinanti e ripetitivi che ci portiamo appresso nella nostra quotidianità.
Ecco perché le tecniche di rilassamento sono così importanti.
Ricorda sempre che, dove c'è molta pressione ci vuole molta capacità di rilassamento.
Più riusciamo a rilassarci più saremo resistenti.
Le situazioni critiche, o le persone che ci infastidiscono, ci saranno ugualmente, non è che attraverso queste pratiche le facciamo volatilizzare, ma saremo più pronti per poterle affrontare evitando di farsi vampirizzare tutta l’energia che possediamo.

4)      DARSI OBIETTIVI PERSONALI PIACEVOLI: darsi piccoli obiettivi personali significa ad esempio: “dalla settimana prossima al venerdì sera esco a fare l’aperitivo con gli amici”.
Magari potrà succedere che arrivato al venerdì pomeriggio non ne avrai voglia, o tra le mille cose che devi fare ti verrà difficile trovare il tempo per farlo, ma te lo devi imporre. Anche se ti costa un po’ di sacrificio le prime volte lo devi fare perché è fondamentale darsi degli obiettivi personali e piacevoli per diventare più resistenti

5)      CERCARE SEMPRE DI IMPARARE QUALCOSA DI NUOVO: può andare bene qualsiasi cosa. Voglio imparare a fare le foto? Ok, mi darò l'obiettivo che entro i prossimi sei mesi, iscrivendomi ad un corso di fotografia imparerò a fare le foto.
Le persone a resistenti hanno sempre aperta una strategia di apprendimento, perchè quello che hai imparato ti rende resistente.
Ti potranno togliere tutto, ma non quello che hai imparato, e più cose avrai imparato, più sarai resistente.

La Soglia di Resistenza Personale ti salva, e più è alta, più qualsiasi contesto averso ti metterà in difficoltà ma non ti distruggerà.
Più la Soglia di Resistenza Personale è alta, più ti rende assertivo perché per esserlo hai bisogno di stare bene. E se riuscirai ad essere assertivo ti risulterà più semplice infondere nelle persone che ti circondano il rispetto e questo ti aiuterà molto, posto che ci sarà sempre qualcuno che ti nella vita cercherà di metterti i bastoni fra le ruote.
Per fare questo devi assumere i cinque principi attivi della Resistenza Personale sopra enunciati che servono per fare aumentare la tua Soglia di Resistenza Personale
Le persone resistenti non sono quelle che non hanno mai avuto bisogno di resistere, ma anzi, quelli che nella vita hanno avuto bisogno di resistere.
Quindi, se ogni tanto c'è qualcuno che ti mette sotto pressione, non è poi così male, anzi, va bene, perché ti consente di sviluppare gli anticorpi che ti renderanno resistente e che ti consentiranno di sopravvivere anche in mezzo alle avversità e di andare avanti.
Le persone più resistenti inoltre sviluppano un’altra caratteristica molto importante per il benessere: l’ottimismo. L’ottimista non è uno scemo o un individuo pervaso dal pensiero magico infantile, quanto invece una persona che nei momenti difficili impara a non catastrofizzare. Il nostro cervello di norma, tende a dare più importanza agli eventi negativi piuttosto che a quelli positivi. Facciamo un esempio: prendiamo il treno cinquanta volte e va sempre tutto bene; se però una volta abbiamo un problema (es. ritardo, pulizia, ecc…) il treno diventa un mezzo di locomozione schifoso. L’ottimista è quello che non reagisce così. Non dà valore solo alle cose che non funzionano perché vede che ci sono cose che non funzionano ma è consapevole che tutto ciò è inserito in un contesto in cui però tante altre cose funzionano.
Cercherà pertanto di migliorare le cose che non funzionano senza però drammatizzare, senza demoralizzarsi troppo, mantenendo quindi un approccio positivo con la vita.
  
Filippo Vagli, Docente dell’Accademia di Naturopatia Olistica Anahata è Naturopata diplomato con lode presso Riza, Istituto di Medicina Psicosomatica, Counselor e Life Coach.
Da oltre 25 anni si dedica allo studio, alla ricerca e alla divulgazione della Naturopatia, della Psicosomatica, delle Filosofie Olistiche, delle discipline Bio-Naturali e di relazione di aiuto alla persona.




mercoledì 7 settembre 2016

QUATTRO CONSIGLI PRATICI PER MIGLIORARE LA TUA AUTOSTIMA

Un bell’articolo sull’AUTOSTIMA tratto dal blog del mio grande amico e maestro, il Coach FABIO SALOMONI 

A volte crediamo di stare male perché lui o lei ti ha lasciato, o perché hai un problema in famiglia o perché il tuo capo ti tratta male.
Queste sono le convinzioni che tu hai rispetto ciò che ti accade. In altre parole è il come vedi tu le cose.
Quando pensiamo di avere una bassa autostima vuol dire che stiamo imputando colpe di ciò che accade a fattori esterni senza rivolgerci al nostro interno.
Questo ovviamente ti impedisce di lavorare su te stesso risolvendo il problema alla radice.
Ecco alcune regole iniziali per lavorare sulla tua Autostima
Definisci in maniera corretta la parola Autostima
Innanzi tutto abbandona il pensiero che Autostima sia sinonimo di perfezione. L’autostima è un modo di stare bene nella propria pelle.

Usa parole utili
Molto spesso i problemi di Autostima derivano dalle parole che usiamo.
Per esempio tutte quelle volte in cui ti dici: “Avrei potuto ottenere di più”, ti allontani dalla tua Autostima.
Smetti quindi di porti obiettivi sempre più ambiziosi, perché la perfezione è il nemico dell’Autostima. Quel “Più” che tu innocentemente usi, ti sta dicendo che puoi autostimarti solo quando ottieni di più, quando arrivi alla così acclamata Eccellenza.
Rido sempre quando leggo riguardo corsi che ti promettono di farti raggiungere l’eccellenza. Ma Eccellenza de che?
Mettiti in testa che non devi migliorare, tu vai già bene così. Al massimo devi evolvere. Sono due cose completamente diverse.
Elimina i vocaboli inutili e quelli che ti feriscono. In poche parole: comunica bene con te stesso.
Conosco persone che sono molto attente a comunicare con gli altri, ma poi quando si tratta di comunicare con se stessi sono una frana.
Ci sono parole che stancano, innervosiscono, così come ci sono parole che invece rilassano e rinforzano.
Trova il tuo vocabolario emozionale.
Prendi un quaderno: da una parte scrivi le parole che non ti danno belle sensazioni e dall’altro quelle che ti danno belle sensazioni che ti aiutano nel comunicare in maniera efficace con te stesso.
Prenditi l’impegno con te stesso di comunicare bene con la persona più importante della tua vita: TU. Ogni volta che comunichi qualcosa a te stesso ascolta come reagiscono il tuo corpo e la tua mente.

Basta con i giudizi!
Se ti ostini a voler essere in un certo modo per far piacere a qualcuno, ogni volta che sei diverso ti sentirai per forza inadeguato.
Autostimarsi invece vuol dire essere libere dai condizionamenti.
Non lasciare al giudizio altrui il tuo valore.
Vivi nel presente, non pensare a ieri.
Infine smetti di vivere nel passato.
Autostimarsi vuol dire sentirsi bene ORA. Che è diverso da stare bene. La parola sentirsi implica la percezione del proprio stato fisico e mentale.
A volte si ha paura della propria interiorità. In realtà l’interiorità è uno spazio che va protetto, è uno spazio dove puoi veramente trovare le tue risposte.

Pronti? Perfetto! Vai a prenderti la tua autostima…dentro di te!